Le domande e le risposte più frequenti

FAQ dichiarazione di successione: ogni dubbio specifico riguardo alla legislazione sulla dichiarazione di successione, sulla modulistica e sui requisiti per effettuare con successo la pratica di successione può essere risolto leggendo le FAQ sottostanti.

Fiscale

 

Sì, potresti rispondere del versamento delle imposte non pagate dall’altro erede, nonostante la tua esenzione.Pare ingiusto, ma l’Agenzia delle Entrate deve garantirsi la massima possibilità di ritrarre il dovuto indistintamente da tutti gli eredi e/o legatari; più precisamente può chiedere l’intero a ciascuno a causa della solidarietà passiva.

Più in particolare la norma tributaria (art. 36, comma 1, D.lgs 346/1990), nel prevedere che gli eredi sono obbligati solidalmente al pagamento dell’imposta, nell’ammontare complessivamente dovuto da loro e dai legatari, richiama la nozione di solidarietà dettata dall’art. 1292 del codice civile.
Questa disposizione, tra l’altro, chiarisce che l’obbligazione è in solido quando più debitori sono obbligati tutti per la medesima prestazione, in modo che ciascuno può essere costretto all’adempimento per la totalità e l’adempimento da parte di uno libera gli altri.
Di conseguenza, in presenza di una pluralità di eredi, tutti devono ritenersi obbligati per la medesima prestazione nei riguardi del Fisco ed ognuno mantiene il diritto di regresso nei confronti degli altri condebitori.

In sostanza potresti dover pagare tu le imposte, per poi rivalerti sul coerede che non ha provveduto.

No, trattandosi di un obbligo imposto dalla legge, tali adempimenti non costituiscono accettazione dell’eredità.

Può comportare invece accettazione tacita la voltura catastale degli immobili, come ritenuto dalla giurisprudenza di cassazione.

Pertanto, se uno fosse ancora nel dubbio se accettare o meno l’eredità è prudente non eseguire le volture catastali.

Nel caso di omessa dichiarazione, è dovuta una sanzione che va da 250,00 euro a 1.000,00 euro se non sono dovute imposte di successione, mentre dal 120% al 240% dell’imposta qualora sia dovuta. Nel secondo caso, se la dichiarazione è presentata con un ritardo non superiore a trenta giorni, la sanzione è ridotta della metà.

Per entrambe le imposte, dirette (art. 27 comma 4 TUS) e indirette (art. 13 TU Imposte Ipot. e cat.), l’amministrazione finanziaria decade dal diritto di ottenere il versamento dei tributi in 5 anni dal termine per la presentazione della dichiarazione di successione.

Pertanto in caso di omessa dichiarazione di successione il fisco avrà normalmente 6 anni per poter richiedere le imposte, dopo di ché decade.

No, se nell’attuale successione ci sono beni che provengono da una precedente successione o donazione avvenute nei 5 anni precedenti, l’imposta di successione è ridotta di un importo inversamente proporzionale al tempo trascorso. Verrà pertanto applicata una riduzione di un decimo a scalare per ogni anno o frazione di anno passato (50% se trascorso 1 anno dalla precedente successione o donazione, 40% se trascorsi 2 anni, 30% se trascorsi 3 anni, 20% se trascorsi 4 anni e 10% se trascorsi 5 anni).

La riduzione riguarderà la quota di imposta proporzionale al valore dei beni e dei diritti compresi nella precedente successione.

Per beneficiare della riduzione occorrerà allegare apposita attestazione da cui emerga la sussistenza dei requisiti.

Art. 25 comma 1 T.U. imposte successioni e donazioni

Sì, perché le donazioni sono considerate anche ai fini fiscali come anticipo di eredità.

Non pagherai 2 volte le imposte, ma servirà solamente a verificare la c.d. “erosione della franchigia”.

Faccio un esempio: erede fratello del de cuius che in vita ha avuto una donazione del valore attuale di euro 90.000,00 ed oggi eredita beni per un valore di 40.000,00.

In quanto fratello è soggetto a franchigia di euro 100.000,00 ed imposte al 6% per la parte eccedente.

Con la donazione non ha pagato imposte perché in franchigia (inferiore a 100.000,00) e anche con l’eredità rientrerebbe in franchigia perché i beni valgono 40.000,00 euro.

In questo modo l’erede donatario non pagherebbe mai le imposte di successione; invece il fisco in occasione della successione fa riunire il virtualmente patrimonio (coacervo del donatum e relictum) così da far emergere l’eventuale erosione, che nell’esempio riportato si è verificata: 90.000,00 donazione + 40.000,00 eredità = 130.000,00, con conseguente applicazione dell’imposta di successione del 6% sull’eccedenza pari ad euro 30.000,00 (130.000,00 valore beni – 100.000,00 franchigia).

Poiché lo scopo non è quello di attrarre a tassazione i beni donati in vita dal defunto, i beni donati devono essere comunque esclusi dalla determinazione della base imponibile ai fini dell’applicazione dell’imposta di successione.

In considerazione del motivo sopra indicato, saranno rilevanti solo le donazioni che, per l’esenzione, non abbiano scontato alcuna imposta, mentre saranno irrilevanti quelle che già l’abbiano scontata.

Le donazioni da dichiarare sono quelle dirette e indirette; il valore dei beni deve essere attualizzato al momento dell’apertura della successione.

Sì puoi trasferirla e non c’è un tempo minimo di permanenza.

Difatti dalla norma non risulta alcun espresso obbligo di mantenere la residenza nel comune in cui è ubicato l’immobile per un tempo minimo prestabilito ed il trasferimento non è previsto tra le cause di decadenza dall’agevolazione.

La finalità dell’agevolazione non è quella di soddisfare le esigenze abitative dell’acquirente ma di agevolare l’accesso alla proprietà come modalità di utilizzo del risparmio; “il requisito della residenza può essere considerato come un dato meramente formale volto a delimitare l’ambito oggettivo dell’agevolazione al momento della sua applicazione, non a caratterizzarne la finalità.”

Non essendo richiesto l’effettivo utilizzo abitativo dell’appartamento acquistato, ma solo la residenza nello stesso comune, potrai anche liberamente concederlo in locazione o in comodato a terzi senza conseguenze.

Sì, la normativa di favore prevista per la prima casa trova applicazione anche in relazione all’acquisto del bene pertinenziale destinato a servizio di un’abitazione acquisita senza fruire dei suddetti benefici in quanto non ancora previsti dalla normativa vigente al momento del trasferimento, in considerazione della ratio normativa consistente nella volontà di agevolare l’acquisto dell’abitazione non di lusso e delle sue pertinenze, in ossequio ai principi sanciti dall’articolo 47, comma II, della Costituzione secondo cui “la Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione…” (Circolare Agenzia Entrate n. 31/E del 2010).

No, trattandosi di un obbligo imposto dalla legge, tali adempimenti non costituiscono accettazione dell’eredità.

Può comportare invece accettazione tacita la voltura catastale degli immobili, come ritenuto dalla giurisprudenza di cassazione.

Pertanto, se uno fosse ancora nel dubbio se accettare o meno l’eredità è prudente non eseguire le volture catastali.

L’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario serve ad evitare la confusione dei patrimoni, quello del de cuius con quello dell’erede, con la finalità di evitare che il secondo risponda delle passività del primo.

Questa separazione consente anche fiscalmente, per quanto riguarda le imposte ipocatastali e per quelle di successione, all’erede di non pagarne alcuna fino a che non sia chiusa la liquidazione dei debiti ereditari e sempreché sussista un residuo attivo da sottoporre a tassazione. Ciò per effetto della responsabilità limitata dell’erede beneficiato, che paga i debiti intra vires e cum viribus, opponibile a tutti i creditori ereditari, compreso l’erario (Cass. 11458/2018).

Il minorenne, a sua tutela, può accettare eredità solo espressamente e con beneficio di inventario; non è possibile una accettazione tacita. Tant’è che il minore non può decadere dal beneficio se non dopo 1 anno dal compimento della maggiore età (art. 489 c.c.).

Potrà accettare solo tramite il proprio legale rappresentante (genitori o tutore) o col consenso del curatore se emancipato, in ogni caso previa autorizzazione giudiziale, entro il termine prescrizionale del diritto di accettare (10 anni dall’apertura della successione).

L’art. 28 del TUSD pone l’obbligo di presentazione in capo ai legali rappresentanti dei chiamati; l’art. 31 comma 2 let. d) prevede che il termine di 12 mesi per la presentazione decorre dalla scadenza del termine per la formazione dell’inventario, se l’eredità è accettata con beneficio di inventario entro il termine di 12 mesi dall’apertura di successione.

Dovendosi coordinare la normativa fiscale con quella civilistica, in base alla quale l’inventario può essere compiuto fino ad 1 anno dopo il compimento della maggiore età del chiamato, non potendo prima decadere, l’obbligo tributario resta sospeso fino allo scadere del primo dal compimento della maggiore età; così ha stabilito Cass. – sez. tributaria – 841/14.

Sì, l’art. 2 TUS, che tratta della territorialità dell’imposta, prevede un criterio di residenza, per cui vengono tassati tutti i beni anche situati all’estero se il de cuius era residente in Italia, indipendentemente dalla cittadinanza. E’ invece applicata la tassazione dei soli beni siti in Italia se il de cuius non residente in Italia. Irrilevante è invece la residenza dei beneficiari (erede e/o legatari).

Dovrà essere pertanto presentata la dichiarazione di successione in Italia e pagate le imposte relative ai beni siti in Italia.

La competenza territoriale dell’ufficio è Roma; se invece il de cuius avesse in precedenza avuto una residenza in Italia, è competente l’ufficio nella cui circoscrizione è stata l’ultima residenza nota in Italia.

Una nota pratica: nel caso in cui il de cuius e/o i successori siano stranieri, non possono rendere le dichiarazioni sostitutive di certificazione ex art. 46 D.P.R. n. 445/2000, poiché l’amministrazione finanziaria non è in condizione di poter verificare la veridicità di quanto dichiarato, non potendo accedere agli archivi di paesi stranieri. E’ necessario dunque che i successori ottengano dal proprio paese i certificati (morte, nascita, residenza, stato famiglia, ecc.), debitamente legalizzati e tradotti, per poi essere allegati alla dichiarazione di successione. Se la successione è testamentaria, anche il testamento ed i suoi adempimenti successivi devono essere legalizzati e tradotti.

Sì, la formale intestazione dei documenti fiscali al de cuius anziché all’erede non impedisce la deducibilità di tali spese, purché siano state effettivamente sostenute dall’erede. Difatti l’art. 24 TUS non richiede tale presupposto; così ha detto Cass. 9957/2015.

a) 1 sola marca da 16,00 per la richiesta

b) 1 marca da 16,00 ogni 4 facciate della dichiarazione per la conformità, per quante sono le copie conformi richieste

c) 1 marca da 4,96 (3,72 diritto fisso + 1,24 per la prima pagina), per quante sono le copie conformi richieste

d) 1 sola marca da 7,44 per diritto di ricerca

e) 1 marca da 0,62 per ogni pagina successiva alla prima, per quante sono le copie conformi richieste

N.B.: onde contenere i costi di bollo di cui ai punti b) ed e) è possibile chiedere le copie conformi per estratto, con le sole pagine della dichiarazione: frontespizio, albero genealogico, quadro A, B4 e occorrendo B2, di unico interesse per la banca.

No, il legatario è obbligato al pagamento dell’imposta relativa al proprio legato. Gli eredi invece sono solidalmente obbligati al pagamento dell’intera imposta dovuta sia dagli eredi che dai legatari. Si veda art. 36 comma 1 e 5 TUS.

Diritto

Nel caso di testamento pubblico e segreto è abbastanza facile scoprire l’esistenza del testamento perché, essendo redatto da un notaio, sarà sicuramente rintracciabile con le modalità che vedremo.

Il testamento pubblico è redatto, alla presenza di due testimoni, direttamente dal notaio e dallo stesso conservato tra gli atti di ultima volontà per poi passare successivamente presso l’Archivio Notarile allorquando cessi l’attività. Il notaio che ha ricevuto un testamento pubblico, appena è a conoscenza della morte del testatore, informa della sua esistenza eredi e legatari, di cui conosce il domicilio o la residenza (art. 623 c.c.. Provvede poi, su loro richiesta, alla redazione del verbale per il passaggio del testamento dagli atti di ultima volontà agli atti tra vivi.

Il testamento segreto è invece un atto pubblico complesso composto dalla sceda testamentaria in ogni forma scritta e sottoscritta dal testatore e dal verbale di ricevimento a cura del notaio (art. 604 e 605 c.c.) che viene aperto e pubblicato dal notaio appena ha notizia della morte del testatore. Comunicherà poi l’esistenza del testamento a eredi e legatari nominati, di cui conosce il domicilio o la residenza.

Si potrà richiedere informazioni al Consiglio Notarile del distretto in cui viveva il testatore, il quale provvederà a diramare la richiesta ai notai di appartenenza. È consigliabile presentare la stessa richiesta anche all’Archivio Notarile competente, che conserva gli atti e i testamenti depositati dai notai che hanno cessato l’attività. Ove la ricerca non dia esito, si potrà consultare il Registro Generale dei Testamenti presso l’Ufficio Centrale degli Archivi Notarili di Roma. L’accesso a tale registro consente di sapere se una persona deceduta ha fatto testamento in Italia o all’estero.

Più difficile può essere scoprire se il testatore ha fatto un testamento olografo (atto scritto, datato e sottoscritto di pugno dal testatore), poiché essendo atto privato non necessita dell’interventi del notaio, che può garantire la reperibilità. In tal caso sarà opportuno ricercarlo tra gli effetti personali del defunto o interpellare le persone che verosimilmente possano esserne a conoscenza.

Solo se invece il testamento olografo fosse stato depositato presso un notaio, con apposito verbale, è allora possibile procedere con le ricerche sopra indicate per i testamenti pubblico e segreto.

Infine ricordo che il testamento pubblico e quello segreto possono essere revocati da un testamento olografo successivo ai sensi dell’art. 682 c.c.. Questo per dire che anche ove fosse reperito un testamento per atto di notaio non c’è la certezza che lo stesso non sia superato da altro testamento, privato.

L’art. 119 comma 4 TUB (D.Lgs  385/1993) recita: “Il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni. Al cliente possono essere addebitati solo i costi di produzione di tale documentazione.”

Esiste pertanto il termine massimo di 90 giorni perché la banca consegni la dichiarazioni di consistenza richiesta.

Ove la banca non ottemperi nel termine è possibile presentare un esposto alla Banca d’Italia, preferibilmente alla filiale della Banca d’Italia insediata nel territorio dove l’intermediario ha la direzione generale, al fine di stimolare una risposta e soprattutto l’ottenimento della documentazione da parte della banca, che potrà anche essere sanzionata dalla Banca d’Italia, quale organo di vigilanza del sistema bancario.

Merita con l’occasione far presente che con l’avvento della normativa sulla privacy D.Lgs. 196/2003 (Codice Privacy), l’accesso ai dati riguardanti il de cuius ha subito una notevole modifica, tanto da prevedere l’accesso ai dati concernenti persone decedute da parte di chi ha un interesse proprio (artt. 7 e 8) e cioè eredi e legatari.

I successori hanno diritto di ottenere tutta la documentazione riguardo i movimenti del conto corrente del de cuius per ricostruire l’asse ereditario, come da pronunzia del Garante Privacy  n. 372/2011 in cui ha sottolineato come l’erede abbia titolo per esercitare il diritto di accesso ai dati personali del defunto nei confronti della banca senza dover essere soggetto ad oneri o condizione alcuna: “il diritto di accesso ai dati personali […] deve essere garantito gratuitamente e non può essere condizionato, per quanto attiene alle modalità di esercizio, a quanto statuito, ad altri fini, dal testo unico in materia bancaria”.

“…ogni coerede può agire anche per l’adempimento del credito ereditario pro quota, e senza che la parte debitrice possa opporsi adducendo il mancato consenso degli altri coeredi, dovendo trovare risoluzione gli eventuali contrasti insorti tra gli stessi nell’ambito delle questioni da affrontare nell’eventuale giudizio di divisione.”

E’ quello che ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 27417/2017 in occasione di un giudizio in cui la banca ed un coerede si erano opposti alla riscossione del credito depositato su conto corrente del de cuius ed al disinvestimento di titoli da parte di altri coeredi, ribadendo così l’orientamento espresso da Cass. SS.UU. 24657/2007.

In sostanza la banca depositaria aveva negato la possibilità di disinvestimento e riscossione pro quota degli eredi richiedenti, poiché uno degli eredi non aveva prestato il consenso a dette operazioni.

Ebbene, la Cassazione ha confermato che i crediti ereditari entrano nella comunione ereditaria e ciascuno, in base alle regole generali della comunione può esercitare le azioni a vantaggio della cosa comune.

Ciascun erede è pertanto legittimato a chiedere la riscossione dell’intero credito ed a maggior ragione la riscossione pro quota, rimandando la risoluzione degli eventuali contrasti insorti tra gli eredi al giudizio di divisione, con cui ala banca non ha niente a che fare.

Ciò che vale per i crediti non vale per i debiti ereditari che, per espressa deroga normativa (art. 754 c.c.), si dividono pro quota tra gli eredi e non entrano a far parte della comunione.

Concludendo, le banche non possono esigere, come invece di consueto fanno, il consenso di tutti gli eredi per la riscossione delle somme depositate su conto corrente del defunto.

Non è ancora pacifico se i crediti di un coniuge si trasmettano anche all’altro in regime di comunione legale dei beni.

Tra le diverse teorie, non si può non tenere in debita considerazione quella della Cassazione che, anche recentemente (Cass. 11504/16), ha ribadito la non entrata in comunione legale dei beni dei crediti “personali” di un coniuge.

Fanno eccezione solo i crediti suscettibilità di acquisire valore di scambio, come ad esempio i titoli obbligazionari e fondi di investimento.

Ne consegue che normalmente i crediti devono essere dichiarati integralmente in successione, salvo il caso dei particolari crediti caduti in comunione legale, che invece dovranno esser dichiarati per la metà, appartenendo l’altra metà già al coniuge superstite.

Un discorso a parte riguarda il credito del de cuius da deposito su conto corrente a lui stesso intestato; il denaro “personale”, ancorché depositato su conto corrente bancario, non entra in comunione legale. Solo nel caso in cui il denaro depositato rappresenti i frutti di beni personali o proventi della propria attività, detto credito entrerà a far parte della comunione c.d. “de residuo” ex art. 177 c.c., nello stesso istante del decesso del coniuge correntista, momento in cui si scioglierà il regime di comunione legale, con conseguente attribuzione di una metà al coniuge superstite e l’altra metà andrà in eredità.

Beni

La sanzione della nullità degli atti di cui all’art. 17 L. n. 47/1985 e art. 47 T.U. Edilizia non è applicabile al trasferimento mortis causa, sia esso per legge che per testamento. Difatti il trasferimento per successione è fenomeno necessitato dal decesso e la legge non applica la sanzione che invece commina nei trasferimenti tra vivi.

Ovviamente gli eredi e legatari subentreranno negli obblighi amministrativi del de cuius, anche riguardo alle sanzioni amministrative. Non incorreranno in alcuna sanzione penale per gli abusi commessi dal defunto, poiché la responsabilità penale è personale.

Le polizze assicurative sulla vita non rientrano nell’eredità.

L’art. 1920 c.c., che disciplina una figura di contratto a favore del terzo, prevede che il terzo designato acquisti un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione.

In sostanza il diritto alla liquidazione trova la propria causa nel contratto assicurativo (inter vivos) e non nel fenomeno successorio a causa di morte; trattasi di atti c.d. “trans mortem”, dove la morte è soltanto considerata come momento iniziale per la produzione di determinati effetti e non come elemento causale dell’attribuzione.

Il beneficiario o i beneficiari possono essere indicati nominativamente nel contratto assicurativo, con successiva dichiarazione scritta o per testamento. Possono essere indicati genericamente come eredi legittimi o testamentari.

In ogni caso, anche quando la designazione dei terzi beneficiari del contratto è fatta mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto. Tant’è che qualora i beneficiari siano individuati negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualità esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredità per testamento (Cass. 26606/2016).

Ne consegue che tali polizze non devono essere dichiarate in successione e non sconteranno alcuna imposta. Saranno immediatamente liquidabili da parte dell’assicurazione in favore dei beneficiari.

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